Tra i vari disturbi dell’alimentazione quali l’anoressia, la bulimia, il binge eating, ne verrà descritto uno in particolare il Vomiting.

Questo disturbo è una evoluzione dei disturbi anoressici e bulimici: la condotta di espulsione del cibo attraverso il vomito viene utilizzata inizialmente come strategia per evitare di prendere peso, per poi, da ultimo, trasformarsi in un comportamento piacevole: mangiare a dismisura per il piacere di vomitare.

Questo disturbo alimentare non descritto dal dsm4 (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) viene confuso ed equiparato erroneamente alla bulimia con comportamenti di espulsione in quanto la parola bulimia, etimologicamente dal greco, vuol dire fame da bue.

Si può quindi dedurre, da un punto di vista etimologico, che il disturbo prevede un’ingestione di grandi quantità di cibo in assenza di vomito.

Si farà riferimento quindi ai criteri utilizzati per definire la Bulimia.

Nel momento stesso in cui una persona è in preda a una crisi bulimica esiste. Il piacere dovuto al cibo permette a una persona fragile di sentirsi viva e di riempirsi di gioia, in modo breve, ma intensa e selvaggia.
Umberto Galimberti

CRITERI DIAGNOSTICI

  • Ricorrenti abbuffate

    Una abbuffata è caratterizzata dalla presenza di entrambe le seguenti condizioni:

    • La persona ingurgita in poco tempo, grandi dosi di cibo  maggiori di quelle che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso tempo.
    • La persona ha la sensazione di non controllarsi durante l’assunzione di cibo in modo smodato.
  • La persona fa uso di comportamenti compensatori per evitare di ingrassare, quali il vomito, il digiuno o l’esercizio fisico smisurato.
  • La persona attua questo comportamento disfunzionale almeno due volte alla settimana e perdura per un periodo di tempo di almeno tre mesi.
La considerazione di se stessi dipende dal peso.

Specificare se:

    • Con Comportamenti di Espulsione: La persona si provoca volontariamente il vomito.
    • Senza Comportamenti di Espulsione: La persona utilizza altri comportamenti per ridurre il peso, quali il digiuno o l’esercizio fisico in notevole quantità.

CASO CLINICO

Si presenta una ragazza con la famiglia. I suoi genitori erano preoccupati poiché la figlia da qualche tempo aveva strutturato il rito di mangiare e vomitare. Vista la giovane età della ragazza, prima di intervenire in modo massiccio sul problema, in prima seduta, le suggerii di riflettere, attraverso delle ristrutturazioni, a quale altra attività potesse assomigliare il rito di mangiare e vomitare.

Lei dopo un po’ mi rispose: “forse al sesso?” ed io controreplicai: “proprio così”

A questo punto, prima di congedarmi da lei, le suggerii di riflettere su questa associazione e di accostare l’impulso del vomito  ad atti sessuali di vario genere, che poi l’avrebbero fatta sentire in colpa.

Ai genitori invece prescrissi di chiederle tutte le mattine che cosa avrebbe desiderato nella giornata da mangiare per poi vomitare, di predisporre il cibo sul tavolo con allegato un biglietto indicante che quel cibo fosse da mangiare e vomitare.

Nelle sedute successive ho verificato l’efficacia di queste manovre terapeutiche adattandole all’occorrenza.

Dopo i primi risultati le fornii questa indicazione: “ vorrei che tu ti abbuffassi con tutto quello che trovi per casa poi aspetti mezzora senza bere o mangiare nient’altro e dopodiché recati in bagno a vomitare”.

La paziente tornò la volta successiva e mi disse in tono seccato: “ Mi ha rovinato il gioco, non è più la stessa cosa”.

Seguii la paziente per vari mesi e dopo i vari controlli trimestrali, semestrali e annuali il problema non si era più presentato.

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